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Quale futuro per i piccoli paesi.

Quale futuro per i piccoli paesi

01.08.2011

Venerdì 29 si è tenuta la Tavola rotonda dal titolo "Quale futuro per i piccoli paesi". Presenti numerosi esponenti del mondo della politica e del giornalismo.

Di seguito riportiamo il videoclip di introduzione al convegno – curato da Angelo Verderosa – e l'intervento di Antonio Guerriero – Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi (Irpinia).

Pasolini e le lucciole

di Antonio Guerriero

Vi siete mai incamminati all’imbrunire lungo le valli del Calore, dell’Ufita, dell’Ofanto o del Sele ? Vi potrà capitare di assistere incantati ad un fenomeno sorprendente,  all’improvviso  migliaia di puntini  luminosi  vi avvolgeranno trasformando magicamente la notte con le loro fiammelle tremolanti. Queste luci vi trasporteranno in un mondo dove l’uomo era in equilibrio con la natura  e ne percepiva il respiro e la potenza.

Pasolini utilizzò in alcuni articoli l’immagine dell’improvvisa scomparsa delle lucciole come simbolo della omologazione culturale della modernità e della perdita di questo incanto per l’avvento della tecnologia  e di una civiltà che ha distrutto l’ambiente rendendoci più soli ed insicuri.

Quando Pasolini nel 1959, accompagnato da Camillo Marino  e Giacomo D’Onofrio,  vide il Laceno di Bagnoli Irpino vi ritrovò questo mondo incontaminato e pensò di sostituire le lucciole e le lanterne che fino ad allora avevano illuminato il laghetto al centro di questo splendido altopiano con le luci  di un’importante rassegna cinematografica neorealista.

Queste idee furono comprese da Aulisa, all’epoca sindaco di Bagnoli, che sostenne economicamente l’iniziativa consapevole che sarebbe stata un formidabile volano per lo sviluppo turistico di questi luoghi. Poi una serie di contrasti non consentirono che Il Laceno d’Oro continuasse in Bagnoli con inevitabili ripercussioni per lo sviluppo economico di questi luoghi.

La vicenda è emblematica per riflettere sul futuro dei piccoli paesi dell’Alta Irpinia e quanto le idee camminino solo sulle gambe di persone audaci capaci di guardare lontano senza limitarsi a gestire l’esistente. Soprattutto quando il futuro non offre alcuna rosea  prospettiva.

Io non mi rassegno alla fine ormai annunciata di centinaia di borghi,  di casali e di tantissimi piccoli centri delle aree interne appenniniche perché ciò si tradurrebbe in una grave perdita della nostra identità collettiva, perché recidendo le nostre radici cancelleremmo anche ogni possibilità di futuro per le popolazioni di questi luoghi incantevoli. A tutti coloro che ritengono inevitabile  il definitivo declino delle aree interne, rappresento che una speranza ancora esiste a condizione che su temi così  importanti la politica non si divida e sappia coniugare le idee di tutti.

Quando i problemi sono complessi non esistono soluzioni semplici ed occorre con pazienza costruire un progetto condiviso.  Peraltro, esistono le condizioni per un possibile sviluppo dei centri appenninici per le infrastrutture realizzate, per il livello culturale e morale dei suoi abitanti, per il diffuso senso di legalità esistente, per le condizioni di vita ormai insostenibili esistenti a Napoli e in altre aree metropolitane. A condizione di avere una visione complessiva dei problemi da affrontare ed una chiara strategia sugli obbiettivi da perseguire.

Ormai tantissimi giovani volenterosi hanno compreso  quanto sia fondamentale  creare le condizioni per uno sviluppo economico dei centri dell’Appennino e stanno cercando, con fatica e passione, di impedire che i rovi dell’indifferenza e dell’isolamento coprano  anche le nostre radici storiche, sociali, ambientali e culturali e quindi la nostra stessa identità. Così stanno sorgendo iniziative tese a dare un futuro a questi luoghi in cui le popolazioni non si sono rassegnate alla loro progressiva emigrazione. A Monteverde i cittadini hanno sviluppato uno spettacolo d’acqua utilizzando il prospiciente laghetto di tale fascino da richiamare ogni anno migliaia turisti. I giovani di Cairano stanno realizzando giardini per sottrarre i rovi alle abitazioni ormai abbandonate. Ed analoghe iniziative stanno sorgendo in vari  altri centri dell’Alta Irpinia.

È bene che tutti abbiano consapevolezza della rilevanza della posta in gioco: siamo la generazione responsabile della sorte definitiva di tantissimi paesini. Mentre si discute accanitamente in Parlamento e nel Paese sul “fine vita” dobbiamo essere pienamente consapevoli che le nostre scelte condizioneranno la stessa esistenza di tanti luoghi ove molti di noi o i nostri familiari sono nati. E’ ancora possibile impedire che il mare dell’omologazione culturale sommerga tutto ciò che questi paesi ancora tutelano come i valori su cui si poggia la nostra identità: la famiglia, l’amicizia, il rispetto per tutti, l’onestà, la solidarietà nella sventura, la dignità del lavoro, l’importanza delle tradizioni, l’amore per questi luoghi e per la comune specifica cultura.

In queste case, nei vicoli, nelle piazzette, nei circoli, nelle congreghe, nelle taverne e locande, le famiglie hanno costruito per secoli rapporti umani più solidi della roccia calcarea di cui sono fatte queste montagne. Tantissima povera gente: pastori, mandriani, boscaioli, viaticali, mulattieri, contadini, artigiani, operai con il loro incessante lavoro hanno consentito ai loro figli di poter studiare ed hanno trasmesso loro quei valori su cui hanno costruito un futuro. La popolazione di questi luoghi ha tramandato, per tante generazioni, una memoria orale fondamentale per comprendere la nostra storia, la comune identità,  per costruire una diversa e più profonda rete di rapporti sociali, di amicizie e di valori.

Non possiamo consentire che tutto questo sparisca per sempre. Sono orgoglioso di essere cresciuto in un paese all’ombra dell’Appennino  ed i miei migliori amici sono quelli dell’infanzia e mi hanno insegnato che è necessario ascoltare per capire, capire per amare. Voglio che i miei figli e le successive generazioni possano continuare a raccontare una storia meravigliosa: la storia della nostra gente. “La vita, amico mio è l’arte dell’incontro” afferma Vinicius de Moraes. L’incontro con l’altro è fondamentale per la vita di ogni uomo, così come l’arte dell’ascolto dell’altro. Ci sono incontri che cambiano la vita e danno nuove motivazioni alla nostra esistenza. Oggi la tecnologia ci consente di trasmettere informazioni ma non di dialogare realmente, così condividiamo con sempre maggiore difficoltà i nostri progetti, le nostre emozioni, le nostre ansie. Chiusi nel nostro individualismo finiamo per non conoscere realmente l’altro.

Il paese, invece, con i suoi luoghi di incontro costituisce un modello di vita alternativo a quello delle grandi aree metropolitane ove si è soli tra una moltitudine di persone che corrono senza più riuscire a parlarsi. Il silenzio e l’armonia dei piccoli centri trasmette emozioni che il rumore assordante delle grandi città non consente più di percepire, dà la possibilità di riflettere e di dialogare con l’altro creando così autentici rapporti di amicizia e valori condivisi. Ci si sente parte di una comunità, orgogliosi delle sue specifiche tradizioni, dei suoi luoghi e delle sue regole.

L’errore della modernità è stato quello di svuotare le condotte umane di ogni contenuto etico e di affidare  alle sole norme giuridiche il compito di indicarne il  limite. E questo vuoto  genera insicurezza ed indifferenza se non per quello che succede nel nostro giardino.

Per millenni l’uomo che costruiva  città e villaggi cercava di difendersi dalla natura e non ne intaccava le  forze generatrici, mentre oggi afferma Jonas, “la tecnica ha introdotto azioni, oggetti e conseguenze di dimensioni così nuove che l’ambito dell’etica tradizionale non è più in grado di abbracciare”. Abbiamo utilizzato la potenza della tecnologia in modo non sempre responsabile così distruggendo l’ambiente ed impedendo che venisse preservato per le future generazioni. Tutto ciò implica un’ampliarsi della sfera della responsabilità che si traduce in un imperativo etico: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”. Potere che si traduce in un “dover fare” del soggetto chiamato ad avere cura, oltre che di se stesso, anche degli altri per creare prospettive per il futuro; ed è questa la responsabilità del politico, dello scienziato ma anche di tutti noi ad interessarsi del bene comune. Non lasciamo ai nostri figli un mondo peggiore di quello che ci è stato affidato dai nostri padri.

È importante, per  questo, che ogni paese trovi la propria vocazione verso il futuro in una serie di progetti credibili che sappiano valorizzare le inestimabili risorse del territorio dall’artigianato al commercio, dal settore agricolo a quello industriale e dei servizi. Perché senza uno sviluppo economico questi territori non avranno un futuro.

Uno sviluppo, però, che non deturpi irrimediabilmente questi bellissimi luoghi che dobbiamo tutelare adeguatamente. Quando visito gli oltre ottanta castelli e le tantissime chiese presenti solo in Irpinia,  i paesini arroccati sulle alture, un senso di armonia e di serenità mi pervade. È proprio vero quanto afferma uno dei protagonisti dell’Idiota di Dostoevskij: “ solo la bellezza ci salverà“. È giunto il momento che gli uomini di queste terre, molti ormai sparsi per il mondo, riannodino gli antichi legami e si facciano carico dello sviluppo socio-economico dei centri appenninici, consentendo così alle aree interne di riconquistare la centralità perduta.

Ritornate nella verde Irpinia!. Da noi ci sono ancora le lucciole.